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Dott.ssa Michela Cherchi psicologa psicoterapeuta

Cos’è la psicoterapia autogena?

J. H. Schultz, neurologo berlinese, ha strutturato il Training Autogeno (T.A.) come “Psicoterapia Autogena”.

La Psicoterapia Autogena consiste in una serie di esercizi di concentrazione concatenati tra loro, allo scopo di portare, progressivamente, al realizzarsi di modificazione organiche vere e proprie, che sono esattamente opposte a quelle prodotte dallo stress. Il Training Autogeno è in grado di produrre delle modificazioni stabili e costanti sia a livello neurologico, sia a livello emozionale.

La distensione corporea produce distensione psichica e dato che l’uomo è considerato una totalità mente-corpo:non si può intervenire su una parte della totalità senza modificare tutto il resto.

Solo attraverso l’allenamento (il termine training significa appunto allenamento) e la ripetizione costante degli esercizi di T.A. è possibile ottenere sempre più consolidate risposte di distensione.

La regolare pratica degli esercizi porta alla produzione sempre più spontanea delle modificazioni fisiologiche tipiche dello stato di rilassamento, quindi il benessere psicofisico si produce in modo automatico e spontaneo, ossia autogeno cioè “che si genera da sé “senza concorso della volontà”.

Azione ed effetti del TA

L’allenamento autogeno e’ in grado di influenzare vari sistemi organici quali

  • la muscolatura
  • il sistema cardiovascolare e neurovegetativo
  • l’apparato respiratorio
  • e in generale il Sistema Nervoso Centrale

Il T.A. ha un’azione che va in senso esattamente contrario agli effetti dello stress e interessa non solo il corpo ma anche la sfera emotiva.

Il T.A. influenza anche la percezione del dolore normalizzando e distendendo gli apparati coinvolti nella percezione del dolore: pur non cancellando la fonte di dolore, il T.A. aiuta il soggetto a percepirlo meno intenso.

Cos’è la psiconcologia?

Ammalarsi di cancro è un avvenimento traumatico che investe tutte le dimensioni della persona, non solo la sfera fisica. Il cancro interrompe una traiettoria esistenziale ed è per questo che il trattamento deve riguardare la globalità della persona.

Ansia, paura, preoccupazione, demoralizzazione, rabbia sono normali risposte alla malattia. Quando queste emozioni diventano più intense, continue e perseveranti, è importante chiedere aiuto psicologico specialistico. Le emozioni negative provocano infatti sofferenza e poiché il “dolore” psicologico, al pari del dolore fisico, è in tutto e per tutto un parametro vitale, è necessario monitorarlo regolarmente durante il percorso di malattia e di follow-up. Infatti, essere sostenuti emotivamente e concretamente nel momento della sofferenza, può fare la differenza, se non sempre in termini di sopravvivenza, sicuramente in termini di benessere psicologico e qualità della vita.

La Psiconcologia è una disciplina che cerca di “mettere insieme i pezzi” di una persona malata di tumore; si occupa degli aspetti meno tangibili della malattia neoplastica, cercando di “prendersi cura” di chi ha bisogno. Il “prendersi cura” si traduce in azioni o comportamenti atti ad aiutare la persona ammalata a raggiungere i suoi obiettivi o a soddisfare i suoi bisogni, concentrandosi soprattutto sugli aspetti intangibili di tipo emotivo-affettivo come l’incoraggiamento, l’ascolto, la semplice “presenza”, lo stare affianco, il “camminare mano nella mano”. “Prendersi cura” non consiste tanto nel fornire mezzi e servizi alla persona ammalata, quanto piuttosto nel veicolare informazione, nel determinare nel paziente la sensazione di essere curato, amato, stimato, considerato, accettato.

La Psiconcologia è dunque necessaria per garantire alla persona ammalata di tumore e ai suoi familiari una migliore qualità di vita e un’assistenza ottimale, che è un “dovere” della medicina e dell’oncologia e un “diritto” di ogni cittadino.

Gli obiettivi principali di questa disciplina sono il rispetto della vita e della persona umana, della famiglia e dei nuclei di convivenza, il diritto alla tutela delle relazioni e degli affetti, la considerazione e la cura del dolore, il sostegno psicologico nelle diverse fasi della malattia. Insomma il raggiungimento di un equilibrio biopsicosociale: ossia non è in salute chi ha un corpo che funziona ma chi, oltre questo, ha un’occupazione, degli affetti e un equilibrio psicologico.

Gli ambiti in cui può essere suddivisa la Psiconcologia possono essere riassunti in tre linee generali: la prevenzione, il sostegno psicologico al malato e ai familiari nella fase di cura e l’accompagnamento di fine vita. In effetti oggi con i progressi della medicina, con la guarigione o lungo sopravvivenza, si profila un altro ambito che è quello della riabilitazione, in questo caso far superare lo stress del trauma subito per riprendere il ciclo vitale.

I compiti dello Psiconcologo sono quindi vari. In ospedale può affiancare il medico nella comunicazione della diagnosi, e sostenere il paziente nei vissuti emotivi che la notizia può provocare. Lo Psiconcologo può affiancare il medico quando il malato interferisce con il proseguimento delle cure lasciandosi andare a comportamenti nocivi per la sua salute. Ci sono persone, infatti, che negano di essere malate, rifiutano le cure ed i controlli regolari. C’è chi, poi, si convince di essere senza speranza e assume un atteggiamento rinunciatario, nocivo per la buona riuscita delle terapie. Inoltre lo Psiconcologo può sostenere il malato e la famiglia nella riorganizzazione familiare, visto che di fronte a un cambiamento come la comunicazione di malattia, una famiglia può compattarsi e aiutare e sostenere il malato ma può anche frammentarsi e non riuscire a trovare la capacità di “stare insieme”. Lo Psiconcologo può essere d’aiuto anche nell’hospice, aiutando il paziente a trarre il massimo dalle sue risorse, a vivere pienamente il tempo che gli rimane, ad adattarsi alla malattia, a trovare la soluzione della propria morte e ad accettarla.

La Psiconcologia non si limita, quindi, ad assistere i pazienti malati ma si occupa anche dei loro familiari, degli amici e dei medici che lavorano nei reparti oncologici. Talvolta, infatti, nei reparti oncologici gli operatori sanitari ricorrono al distacco emotivo per non essere troppo turbati dai casi clinici che prendono in cura. Ma il legame medico-paziente e infermiere-paziente è di vitale importanza nel percorso terapeutico, risulta quindi necessario che lo specialista non alzi nessuna barriera difensiva nei confronti della malattia e del malato. In questi casi, la Psiconcologia viene in aiuto per mantenere una soglia del dolore emotivo accettabile per tutti, in grado di mantenere un legame forte sia a livello pratico che empatico.

Lo Psiconcologo aiuta ad evitare che il paziente si trovi a sperimentare una condizione di depersonalizzazione dovuta al fatto che manca una figura unica al quale il paziente possa rivolgersi e che rappresenti un punto di riferimento stabile nel percorso necessariamente “spezzettato” di un tipo di cure che richiede l’apporto di molti specialisti. Proprio perché la cura antitumorale, pur svolgendosi in équipe, non offre al paziente un referente unico, lo specialista Psiconcologo è una figura importante in quanto garantisce un’opera di mediazione tra il gruppo curante, il malato e i suoi familiari.